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La Basilica dei  SS.Pietro e  Paolo d’Agrò di Casalvecchio Siculo

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SP12, 300, 98030 Limina ME, Italia
300 Strada Provinciale 12 Scifì Sicilia 98030 IT

La Basilica dei  SS.Pietro e  Paolo d’Agrò di Casalvecchio Siculo

Foto: Arch. Ketty Tamà

Dopo le grandi cattedrali, questo edificio è il monumento più complesso costruito il Sicilia in epoca normanna: in esso vive il sincretismo  dell’arte bizantina, araba e, appunto, normanna.

Venne edificata nel 1116-1117, come si legge dal diploma di donazione emesso da  Ruggero II  a favore del monastero dell’abate Gerasimo,  probabilmente sui resti di un edificio preesistente. Il diploma, di cui non esiste copia né originale, venne tradotto da Costantino Lascaris  e racconta  che lungo la strada da Messina a Palermo, durante una sosta in “Scala S. Alexii”, a Ruggero  venne incontro un venerabile abate di nome Gerasimo che viveva nelle rovine di un antico cenobio della valle, il quale lo pregò di  concedergli licenza e mezzi per  ricostruire l’antico monastero distrutto dagli arabi. Il Re  gli concesse la somma necessaria, un vasto territorio della valle e numerosi diritti censuari sui terreni agricoli.

Lo schema planimetrico della Basilica secondo qualche autore servì addirittura da modello  per la Cappella Palatina di Palermo. L’ingresso con portico interposto tra due robuste torri campanarie  è tipico dell’architettura Nomanna. Preceduta dall’esonartece  serrato tra le torri, la planimetria si articola in tre navate che terminano in absidi, separate da colonne ed archi a sesto acuto. La cupola maggiore grava su quattro colonne in granito piuttosto tozze poste al centro della navata principale, ai vertici di un quadrangolo dai lati poco dissimili, mentre la cupola minore  si innesta all’intersezione tra il transetto ed il presbiterio. Entrambe le cupole sono sorrette e spinte verso l’alto da splendide nicchie alveolari pensili di matrice islamica, le muqarnas, disposte in giri sfalsati sempre più protesi in avanti, che trasformano la pianta quadrangolare in cerchio per innestarvi  il tamburo e la calotta. Le muqarnas, ottenute con struttura in mattoni ed ampi strati di malta, nella loro complessità  svelano un ingegnoso studio geometrico ed una perfetta mediazione di spinte e pesi tra le diverse parti sospese.

Gli elementi decorativi esterni sono lesene di origine bizantina, non giustapposte ma connesse alla massa muraria, che si intrecciano in archi ciechi, transfer artistico di derivazione  islamica che ritroviamo anche nel Palazzo Reale di Palermo.  Mirabili gli effetti coloristici  ottenuti grazie all’utilizzo dei mattoni, dell’arenaria, della pietra lavica e della pietra rossa di Taormina, e gli effetti tattili della tessitura muraria a spina di pesce, a coltello, di piatto o a denti di sega.

La decorazione policroma è tipica dell’architettura normanna della provincia di Messina ed  alcuni autori  attribuiscono tale scelta alle diverse specie di ordini religiosi, ovvero ai Basiliani che esercitavano il rito greco. Tale tipologia è riscontrabile nella chiesa di S. Maria di Mili, in quella di S. Filippo di Fragalà e SS. Pietro e Paolo di Itala e costituisce evidente persistenza dell’”Opus  Spicatum” delle costruzioni romane della decadenza. Secondo alcuni autori l’edificio venne realizzato non solo per la necessità di culto ma anche per controllare gli eventuali tentativi di rivolta della popolazione islamica che abitava le terre attorno a Taormina, ove l’influenza dei vecchi capi musulmani non era ancora del tutto sopita. Due gli elementi posti a difesa dalle frequenti incursioni arabe medioevali: l’aspetto fortificato di “ecclesia munita” con merlature sulle absidi, cammini di ronda e l’orientamento dell’asse principale della navata verso l’azimuth dell’alba liturgica del martirio di Teodoro d’Amasea, il santo basiliano braccio armato della Chiesa contro le incursioni saracene.

L’epigrafe greca incisa nei cunei dell’architrave del portale principale recita: “Fu costruito questo tempio dei santi apostoli Pietro e Paolo da Teostericto catecumeno tauromenita a proprie spese. Si ricordi di lui il Signore Anno 6680 (1171 d.C.). Il Capomastro Girardo il Franco”.  Si tratta dell’unica iscrizione sincrona  che si trovi nelle chiese erette nel periodo normanno che contenga sia la data di costruzione che il nome del costruttore.

Come sostengono numerosi studiosi, l’intervento di Gerardo il Franco del 1172 fu un restauro a seguito del terribile sisma del 1169 che probabilmente danneggiò l’edificio, e si limitò al portale principale d’ingresso, alla porta  sud ed a parte della muratura della facciata settentrionale al di sopra delle soglie delle finestre del primo ordine, la cui tessitura muraria è priva di effetti coloristici, limitandosi all’uso del laterizio.  Questi restauri si sovrapposero ad un organismo costruttivo già compiuto, ideato da un “architetto demiurgo”, più verosimilmente maestranze religiose locali, che manifesta la sua esperienza di matrice culturale marcatamente siciliana con una personalissima sintesi di elementi architettonici bizantini, arabi e normanni.

Il monastero, dopo la riedificazione voluta da Ruggero II e Gerasimo,era centro propulsore di cristianità e di cultura. I monaci elevavano inni a Dio nel melodioso idioma greco e nel contempo nello scriptorium gli antichi codici venivano studiati  e miniati. I copisti siciliani, e verosimilmente anche quelli del monastero dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò, erano celebri  nel XII secolo per l’eleganza delle imitazioni delle grandi iniziali bizantine  colorate in carminio. I Basiliani con la  Croce e l’aratro , con la preghiera ed il lavoro, insegnarono inoltre ai contadini a dissodare i terreni ed a fertilizzarli. Sorsero numerosi mulini ad acqua, trazzere, viadotti e percorsi d’acqua che si dipanavano nell’intera vallata.

Con l’avvento dell’umanesimo e degli studi classici si scatenò una vera e propria caccia ai libri rari ed ai manoscritti antichi. Il dotto spagnolo Gonzalo Perez, sacerdote e uomo di stato di Carlo V e Filippo II, acquisì  35 manoscritti greci posseduti dalle abbazie di Itala ed Agrò. Di questi nove provenivano dalla Basilica. I manoscritti vennero successivamente donati da Filippo II alla Biblioteca dell’Escorial di Madrid. La presenza di tali testi venne documentata per la prima volta dal Cardinale Mercati negli anni venti e trenta del secolo scorso.

La comunità monastica si trasferì definitivamente nel 1794 a Messina “ a causa dell’aria insalubre perché contaminata dall’acqua pestifera del lino”, in un edificio siti in via XX Settembre. Il monastero e la Basilica vennero in possesso di alcun privati, tra cui la famiglia Crisafulli di Casalvecchio, che vi fece tumulare la salma  del congiunto eroe antiborbonico e la famiglia Guarnera di Forza d’Agrò. Nel 1904 il tempio fu acquistato dal Demanio dello Stato e nel 1909 venne dichiarato monumento nazionale.

La perduta biblioteca dell’abbazia, dispersa a seguito della conquista spagnola, è stata recentemente rifondata digitalmente grazie alla sinergia tra Lions Club Letojanni-Valle d’Agrò, Archeoclub Area Ionica Messina , comune di Casalvecchio Siculo  e liberi cittadini: i nove manoscritti  provenienti dalla biblioteca de monastero e  che si trovano all’Escorial di Madrid sono stati acquistati in formato digitale e posti in un totem collocato in una delle tre absidi.

Scheda e Foto: Arch. Ketty Tamà

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